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Università italiane: mille concorsi senza il posto
Pubblicato il 30/08/2010Parole chiave: concorsi, Gelmini, Università
Pubblicato in Senza categoria | Nessun commento
Il problema nasce con il primo decreto Gelmini, quello del novembre 2008, che per frenare la passione degli atenei per i concorsi da ordinario e associato, ha introdotto il sistema delle quote, nel tentativo di favorire l’ingresso di nuovi ricercatori. All’interno delle possibilità “liberate” dal turn over 2008 e 2009 almeno il 60% delle assunzioni deve riguardare i ricercatori, mentre gli ordinari non possono superare il 10%.
Il tutto è misurato non in termini di persone ma di «punti organico», un meccanismo che pesa il costo di ogni docente in base al proprio ruolo: con questa modalità, un ricercatore vale la metà di un ordinario, mentre un associato vale il 70%. Da qui il problema: le università, nonostante i cofinanziamenti ministeriali per il primo ruolo docente, hanno bandito pochi concorsi da ricercatore, o troppi posti da ordinario e associato, per poter davvero accogliere tutti. A complicare le cose c’è anche un problema di calendario: i tempi dei concorsi universitari sono infiniti, i posti banditi riguardano le sessioni del 2008, e sono quindi in gran parte maturati prima del tentativo “moralizzatore” firmato da Mariastella Gelmini.
Gli oltre 1.700 posti da professore ordinario e associato banditi nelle università statali italiane, che produrranno circa 3.500 idonei, sono solo «teorici», nel senso che non si possono tradurre nel 2010 in assunzioni effettive; se si guarda solo al grado più alto della piramide accademica, quello degli ordinari, i «bandi impossibili» superano addirittura il 60 per cento. A bloccare la strada verso la cattedra di quasi duemila idonei non saranno però solo i vincoli di bilancio, su cui si è concentrata in questi mesi l’attenzione dei rettori e della politica. Certo, il crollo del 17,2% del fondo ordinario previsto per il 2011, a cui il governo ha promesso però di mettere mano, non facilita la gestione, soprattutto negli atenei che sono meno attivi nella ricerca di fonti alternative di finanziamento, e sono quindi più dipendenti dall’assegno statale.
Fonte: Il Sole 24 ore
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