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Mafia – I campanelli d’allarme che nessuno volle ascoltare
Pubblicato il 14/04/2011Parole chiave: cosa nostra, criminalità organizzata, mafia, trattativa mafia stato
Pubblicato in Cronaca, Gli ospiti di Impresa Palermo | Nessun commento
Tra le mie scartoffie ho ritrovato un ritaglio di giornale dell’unica intervista che ho rilasciato mentre ero in servizio. L’ha pubblicata Il Resto del Carlino il 2 dicembre del 1990.
“Non voglio fare accuse, sia ben chiaro, però voglio dire che nessuno ha prestato ascolto ai campanelli d’allarmi”.
Una frase che dice tutto sullo stato d’animo di un uomo che ha combattuto in prima persona la lotta alla mafia, che ha visto cadere colleghi ed amici sotto il fuoco della lupara e del kalashnikov.
La Sicilia, dagli anni degli anni 80 , è peggiorata. Il 28 luglio’85 fu ucciso Beppe Montana, capo della sezione catturandi; il 6 agosto dello stesso anno fecero la stessa fine Ninni Cassarà e Roberto Antiochia, mentre un altro agente rimase miracolosamente illeso. Giordano ha parole d’affetto per entrambi i colleghi…
Giordano, l’impressione è sempre più quella di una lotta impari dello Stato nei confronti della mafia. E così?
“A livello nazionale, l’omicidio del generale Dalla Chiesa aveva scosso molte coscienze, così come certi interventi pubblici del cardinale Pappalardo. Ma poi c’è stata una caduta di interesse verso ciò che succede a Palermo e ormai in tutta la Sicilia. Ogni tanto si sente parlare dell’invio in Sicilia di nuove forze di polizia, ma il problema non si risolve così semplicemente: si può incrementare il controllo del territorio con qualche volante in più, ma bisogna anche potenziare l’apparato investigativo. E poi occorre che i cosiddetti pentiti vengano effettivamente protetti. Già è difficile che uno decida di collaborare…”
Cosa potrebbe servire per dare una “scossa”?
“Penso che se venissero catturati quelli che sono ritenuti gli attuali boss corleonesi, Totò Riina e il suo braccio destro Bernardo Provenzano, nella mafia ci sarebbe un po’ di sbandamento e lo Stato potrebbe approfittarsene”.
Cosa significa avere paura a Palermo?
“Significa non doversi mai distrarre, stare sempre con gli occhi aperti. anche quando si è liberi dal servizio e si va a fare una passeggiata”.
Palermo è una città molto bella, ma una grossa fetta dell’opinione pubblica la conosce solo come capitale della mafia. Cosa prova, lei che è palermitano?
“Sono mortificato dallo stato in cui vive la gente nella mia città. Mi fa male sentire sempre Palermo uguale Mafia. La maggior parte della gente vorrebbe collaborare con la giustizia, ma…..si fa presto a parlare di omertà”.
Chi non conosce da vicino il fenomeno-mafia, si sorprende del numero incredibilmente alto di persone disposte ad uccidere?
“Mai la mafia è stata così truce, mai aveva ammazzato donne e bambini; pensi che solo a Francesco Marino Mannoia, uno dei grandi “pentiti”, hanno ammazzato la madre, la zia e la sorella. I killer se ne stanno tranquilli nel bar, in attesa di ordine: vanno, eseguono e se ne tornano la bar in attesa di un nuovo ordine”.
Era, appunto, il 1990. Due anni dopo Cosa nostra diede la stura alla più sanguinosa campagna contro le Istituzioni; compiendo le stragi di Capaci, Via D’Amelio, Firenze, Roma e Milano.
Il titolo dell’intervista, molto più ampia e articolata, era “Mafia/ Troppi morti. Quei campanelli d’allarme che nessuno ha voluto ascoltare”.
Chi aveva l’obbligo di ascoltare il grido d’allarme non poteva udire. Era impegnato a compiere quella che per decenni era stata la connivenza silente con i capi di Cosa nostra.
E, in ossequio al pensiero di Tomasi di Lampedusa, tutto doveva essere cambiato per non cambiare nulla: il serbatoio dei pregressi voti elettorali e quelli futuri, gli affari e i picciuli non dovevano permettere distrazioni.
L’allarme fu ignorato ma la pagina della verità sulla cosiddetta trattativa è ancora tutta da scrivere. Si saprà mai la verità? Io dico di no!
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