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Non ho mai visto Giovanni Falcone arrabbiato

Pubblicato il 23/05/2011
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Pubblicato in Gli ospiti di Impresa Palermo | Nessun commento

‘Mi scusi, ma quando lei seguiva la macchina di Giovanni Falcone e quella dei miei colleghi di scorta, non ha pensato che tra qualche minuto sarebbero tutti morti?’‘.

- ”No! Era u me travagghiu!”. ”

Questa risposta, asettica, stringata e senza emozioni, mi è stata data da uno degli autori della strage di Capaci, poi divenuto collaboratore di giustizia, che aveva il compito di tallonare e segnalare a Giovanni Brusca, gli spostamenti delle auto quel 23 maggio di 19 anni fa.

Ovviamente, il dialogo è stato più complesso e articolato, arricchito di dettagli che mi hanno fatto comprendere e quindi prenderne atto, che l’appartenenza a Cosa nostra fosse davvero la soppressione di quel necessario discernimento del bene dal male: la violenza quale espressione dell’esistenza dell’individuo.

Non era il primo killer mafioso che mi aveva data una risposta del genere.

Successe negli anni ’80 e mi disse: ”sto seduto al bar, aspetto di ricevere l’ordine, vado uccido e ritorno al bar a leggermi il giornale sportivo. E’ u me travagghiu”. Il mio lavoro!”.

Anche Giovanni Falcone, Francesca Morvillo,Vito Schifani, Rocco di Cillo e Antonio Montinaro, quel 23 maggio del ’92 stavano lavorando. Un lavoro fatto di rinunce persino dagli affetti dei propri cari, spesso lasciati soli al primo insorgere di un problema o per prolungamento dell’orario di servizio.

Ho conosciuto il dottor Falcone negli uffici della Mobile palermitana ed io brigadiere di Polizia, non mi occupavo di mafia, ma bensì di rapine. Infatti ero assegnato alla seconda Sezione e quindi non avevo rapporti con Falcone.

Erano i primi anni ’80 e a Palermo, con l’omicidio di Stefano Bontade, era iniziata la mattanza voluta dai “corleonesi” di Totò Riina. Per una fortuita circostanza, sono stato catapultato nella sezione Investigativa di Ninni Cassarà e dal quel giorno ho iniziato la lotta a Cosa nostra: dal quel giorno ho iniziato a lavorare con Giovanni Falcone.

Da quel giorno mi sento un uomo fortunato, perché ho avuto modo di stare fianco a fianco ad un Uomo che ha avuto l’intelligenza e l’intuito di sovvertire le arcaiche opinioni sul mondo della mafia siciliana. Per primo, ha capito che non era una banda di “scassapagghiari” e che invero, egli aveva capito che la mafia non era altro che un’agguerrita organizzazione criminale ramificata nel territorio siciliano, italiano e oltre oceano.

Nel corso del nostro lavoro, non c’erano domeniche o feste comandate. C’era la consapevolezza di lavorare, lavorare e lavorare, in silenzio e senza commettere sbavature o “chiacchierare” del nostro lavoro: muti stavamo!

Giovanni Falcone, la domenica mattina, come faceva pure Ninni Cassarà, spesso si presentava dal collaboratore di giustizia, in quel momento sotto interrogatorio, con un cabaret di cannoli siciliani, sfoderando quel sorrisetto sornione tipico della sua persona.

Non ho mai visto Giovanni Falcone arrabbiato: la sua calma la sua serenità e il suo sorriso erano espressioni della sua anima buona e gentile. Sì, qualche volta siamo stati in pena, abbiamo sofferto tanto per la morte violenta del mio caro ragazzo in pattuglia con me Lillo Zucchetto o per la morte della mamma, della zia e della sorella di Francesco Marino Mannoia. Ma, eravamo uomini consapevoli del gioco delle parti che la vita stessa ci aveva assegnato.

La preminente e necessaria attività investigativa relegava in un angolo della nostra memoria i luttuosi accadimenti: non potevano distrarci o fare pause eccessive, avevamo bisogno di sorridere nuovamente.

Era il 23 maggio quando il fragore dello scoppio dilaniò l’anima degli italiani onesti, Giovanni Falcone negli anni precedenti non era stato solo oltraggiato dal venticello calunnioso di rossiniana memoria, ma da un uragano colmo di accuse ed offese, in parte provenienti dagli stessi ambienti del suo lavoro e da taluni politici e società civile.

Certo, gli italiani hanno pianto, gli italiani si sono sentiti inermi e soli di fronte alla tragedia di Capaci e mai avrebbero potuto immaginare che la stessa sorte, sarebbe toccata lì a poco a Paolo Borsellino.

Ma, altri individui, Totò Riina e il gotha di Cosa nostra, hanno brindato per la strage di Capaci e nemmeno loro immaginavano che nel giro di pochi mesi li avremmo catturati tutti. A qualcuno di loro che aveva brindato ho fatto sentire il soave e dolce tintinnio delle manette ai polsi: non ero io che le facevo scattare ma erano i miei colleghi Rocco, Antonio, Vito, Vincenzo, Walter, Claudio, Agostino e Antonella, periti a Capaci e via D’Amelio.

Giovanni Falcone, sua moglie Francesca e Paolo Borsellino, meritavano il massimo del nostro impegno: abbiamo lasciato le famiglie per mesi e mesi pur di scoprire e catturare i responsabili. Ed oggi, sono annichilito, per le notizie di presunte trattative tra alcuni pezzi dello Stato e mafiosi. Se ciò fosse vero, significherebbe aver tradito quel giuramento di fedeltà verso la Stato, fatto da Falcone, sua moglie. Paolo Borsellino e dai miei colleghi. Significa che non siamo stati capaci di difendere il loro onore. No! In cuor mio mi auguro che non sia vero, altrimenti sono portato a credere che sia stato compiuto uno ”sciacallaggio di Stato”: sciacallaggio che ha calpestato i nostri principi e l’attaccamento al Paese.

No! Non perdonerei siffatta ipotesi che costituirebbe un alto tradimento verso tutte le vittime della violenza mafiosa e se fosse provato, gli uomini delle Istituzioni autori di questo scellerato patto, dovrebbero recarsi dalle mogli, mamme, padri e figli, dei martiri e poi voglio vedere se avranno il coraggio di accarezzarli o guardarli negli occhi.

Falcone, isolato ghettizzato è stato privato dell’unica arma per la quale aveva tenacemente combattuto: amministrare la Giustizia a Palermo. Nei salotti buoni di Palermo, giravano, persino, commenti sarcastici sull’amore nato tra Francesca e Giovanni: era l’anticipazione di quella che negli anni a venire Saviano, chiamerà “la macchina del fango”. Oggi, ben oliata e rodata da meschini individui che per danaro o compiacere il “sultano” di turno, passerebbero sopra il cadavere della propria mamma. Intelligenti pauca.
Falcone, uomo solo, divenuto ancor più silenzioso del solito è stato costretto a lasciare Palermo ma, ben presto ha dimostrato che il suo impegno contro Cosa nostra, lo poteva condurre anche stando lontano, a Roma.

Chinnici, Falcone, Borsellino sono deceduti per morte violenta ad opera di Cosa nostra. Oggi altri, trincerandosi dietro l’alibi istituzionale, compiono altrettanta violenza definendo i PM “cancro da estirpare, mentalmente disturbati, eversivi brigatisti, metastasi, associazione per delinquere.” L’elenco è lungo”.

Mi auguro soltanto che questi soggetti non abbiano la faccia tosta di presentarsi oggi a Capaci , ma che rimanessero in quegli antri bui a loro congeniali.

Dottor Falcone, insieme abbiamo percorso la via dell’onestà, la via che non avremmo mai voluto vedere offuscata da nebbie, di fatto calate per impedire il nostro cammino di legalità. E, mi piace ricordare quella splendida telefonata, allegra e spensierata quando io raccontavo a Ninni Cassarà l’arresto di due mafiosi. Voi due eravate a Trieste e mentre parlavo con Ninni ho sentito in sottofondo che lei chiedeva chi avesse fatto gli arresti: Cassarà, ridendo a più non posso, rispose: “ ”Ma cosa mi chiedi, il solito, Pippo!””

Ecco, Dottor Falcone, Dottoressa Morvillo, colleghi Rocco, Vito e Antonio, siete rimasti nel mio cuore e io sono sempre il “solito” e chiederò con tutte le mie forze, fintanto starò in questa vita terrena, giustizia e verità per tutti voi, altro che non bisogna parlare di mafia come suggerisce il premier Silvio Berlusconi. Costui non ha ben compreso la determinazioni di noi siciliani onesti, rispettosi della legalità e dello Stato: onore e rispetto per i nostri caduti!

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